Quando lo yoga non basta

A causa della recente pandemia da Covid19 abbiamo vissuto, e stiamo vivendo un periodo davvero intenso, e fare finta che tutto sia come prima è inutile e a volte anche dannoso per il nostro stato d’animo. Naturalmente non possiamo vivere nella paura e nello stress, ma allo stesso tempo dobbiamo mostrarci gentili e compassionevoli con noi stessi e concederci anche delle debolezze e dei momenti di sconforto, più che giustificati.

La quasi totalità di noi si è trovata catapultata nel peggiore scenario degno di un film di fantascienza, (esperienza già traumatica di per sé), portando sulle spalle anche un pesante bagaglio fatto di grandi irrisolti, ansie inascoltate e preoccupazioni latenti, in buona sostanza, avevamo già il nostro bel da fare anche prima.

Volevo fermarmi a fare una riflessione sul ruolo e sulla necessità dello yoga in questo momento particolare poiché ricevo diverse chiamate ultimamente, soprattutto da persone che soffrono di attacchi di panico o ansia e talvolta, addirittura chi mi chiama sono i famigliari di queste persone, preoccupati per le stesse.

Io sono fermamente convinta che lo yoga giochi un ruolo fondamentale per la nostra salute e il nostro benessere, personalmente credo che la pratica dello yoga e della meditazione siano state per me come un faro, in grado spazzare via le ombre e illuminare la strada che avevo di fronte in momenti davvero bui. Non riesco ad immaginare la vita senza la pratica, ormai compagna irrinunciabile da vent’anni. Lo dico sia considerando il piano fisico che quello spirituale.

Tuttavia mi sento di fare una considerazione, che potrà sembrare impopolare soprattutto se fatta da un’insegnante di yoga, l’ho fatta sia per me stessa in alcuni momenti della vita e mi sento di farla in generale. Per quanto si possa essere puntuali e ligi nella pratica, nell’alimentazione, nella condotta di vita in generale, ci sono dei momenti in cui lo yoga non basta. A volte è sano e doveroso cercare l’aiuto di qualcuno all’esterno, ad esempio iniziare una terapia con uno psicoterapeuta.

Quando conobbi la meditazione per la prima volta, ero molto giovane, la mia vita era piuttosto turbolenta e l’effetto che ottenevo dalla pratica, invece di quella calma tanto decantata da tutti era al contrario, lo scatenarsi di forti attacchi d’ansia che creavano in me un senso di frustrazione ed il desiderio di abbandonare la meditazione.

Non sapevo, e non potevo sapere, poiché nessuno me lo aveva mai spiegato, che portare l’ascolto all’interno stava facendo uscire tutto ciò a cui non avevo dato ascolto, forse per tutta la vita fino a quel momento.

Ognuno di noi ha il proprio bagaglio, e spesso alcune cose vanno processate, addirittura prima o insieme ad un percorso che scende nel profondo come quello  della meditazione o  di altre tecniche simili, la pratica stessa di alcune posizioni e soprattutto alcune tecniche di pranayama, troppo spesso insegnate con leggerezza.

Ultimamente la maggior parte delle mie classi si svolge online, siamo molto vicini con il cuore ma innegabilmente distanti, e capita spesso che qualcuno mi riferisca di aver provato ansia o malessere durante l’esecuzione di alcune tecniche, a volte durante la pratica di alcune mudra. Tutto ciò in una certa misura è perfettamente normale, poiché appunto la pratica ci serve anche a lasciar andare e ci permette di “sentire” con maggior consapevolezza, considerato ciò dobbiamo sempre vedere se questo malessere scompare con la pratica o se si intensifica al punto da diventare un disagio.

In quest’ultimo caso, perché non pensare di intraprendere anche un percorso di supporto psicologico? soprattutto in un momento così delicato. Una cosa non esclude l’altra, anzi, tutto si potenzia. Molti psicologi e psicoterapeuti ormai consigliano la pratica dello yoga, perché al contrario gli insegnanti di yoga fanno fatica a fare lo stesso? Noi non siamo psicologi e, ci tengo a dire gli psicologi non sono insegnanti di yoga (ovviamente salvo i casi in cui si siano affrontati gli anni di studio e di pratica sia dell’uno che dell’altro).

Noto intorno a me come la terapia di sostegno psicologico venga considerata una stigma tra molti colleghi insegnanti di yoga, come se chiedere aiuto all’esterno tradisse i principi della pratica stessa. Io trovo invece ancor più doveroso per noi insegnanti che a volte vorremmo erroneamente farci carico del benessere di tutti, spesso a scapito del nostro, cercare di processare i nostri stati d’animo nel profondo, con più strumenti. Questo potrebbe renderci oltre che persone migliori anche insegnanti più consapevoli, in grado di interfacciarci in maniera più consona a chi si rivolge a noi, sapendolo consigliare e indirizzare al meglio, senza la presunzione di avere la soluzione per tutti e senza sottovalutare la sensibilità e gli stati d’animo altrui.

Io personalmente, ho sempre diffidato dai “venditori di guarigione assicurata”, dagli improvvisati, da chi manca di umiltà e da chi vuole spiegarvi come vivere la vostra vita.

Spesso chi lavora molto per e con gli altri lo fa perché inconsciamente o meno fa fatica a farlo su di sé, in alcuni casi questo risulta molto evidente. Invece di stigmatizzare altri strumenti, prendiamo coscienza e prendiamoci le nostre responsabilità, in primo luogo verso noi stessi.

Il lavoro dell’ Insegnante di yoga è delicato ed è doveroso essere onesti e trasparenti, “ti posso accompagnare fino a qui” non di più.

Questo non ci vieterà certo di recarci anche da Maestr*,  guaritori e guaritrici, sciaman* e via dicendo, ne’ tanto meno di ci vieterà di essere dei praticanti di yoga e insegnanti migliori.

Impariamo a chiedere aiuto, non aspettiamo. Yoga? certo! ma cerchiamo di capire quando, da solo, non basta. 

 

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